25 ottobre 2009
dalla “Stampa” i retroscena su bizantismi del PD …
25/10/2009 (7:46) – RETROSCENA
Marrazzo: “Non voglio restare un
minuto di più su questa graticola”

Il trans Brenda: “Mai stata con Marrazzo”
“Marrazzo? Grave non ricandidarlo”
L’ex anchorman pensava alle dimissioni immediate.
I leader Pd lo convincono
a una procedura bizantina
FABIO MARTINI
ROMA
Lì, in quel villino secentesco, non può vederli nessuno. E’ l’ora di pranzo ed anche l’ora delle scelte irrevocabili. A Villa Piccolomini, squisita e silenziosa sede di rappresentanza della Regione Lazio, sono appena arrivati Piero Marrazzo ed Esterino Montino, che è il vicepresidente della Regione, ma è soprattutto l’uomo incaricato di convincere il presidente ferito che la cosa migliore da farsi è adottare una procedura bizantina: autosospendersi, ma non ancora dimettersi. E’ un escamotage studiato dal Pd per impedire elezioni anticipate a gennaio, troppo vicine allo choc. Sperando così di poter votare, anche nel Lazio, alla data fissata per tutte le altre Regioni. A fine marzo. Piero Marrazzo si presenta al «redde rationem» reduce da una mattinata terribile, iniziata con la lettura dei giornali che impietosamente hanno rovistato nella sua vita e anche nel look appare un uomo oramai disinteressato alla politica: indossa un maglione rosso e scarpe da ginnastica. Ma quando Marrazzo e Montino entrano in una saletta riservata la temperatura si alza.
Il governatore lo dice subito: «A questo punto, io voglio uscire di scena». Inizia la trattativa. Montino, un ex Pci che nella conta interna al Pd è schierato con Pierluigi Bersani, cerca di convincere Marrazzo: la soluzione migliore sarebbe la procedura di autosospensione che porta alle dimissioni non subito, ma nel mese di dicembre. In fondo, non manca poco, un mesetto o poco più. Marrazzo non entra nel merito, qualsiasi procedura può andare bene, l’importante è non restare ancora «sulla graticola». Sono momenti difficili nei quali riaffiora, tra mezze parole, ciò che Montino e tutto il Pd non riescono a perdonare a Marrazzo: la gestione silenziosissima del suo dramma privato. Se il governatore da luglio sapeva di essere ricattabile, perché insisteva di voler essere ricandidato? Non avrebbe fatto meglio se avesse fatto sapere che per motivi suoi, avrebbe preferito tornarsene in Rai?
Il confronto si indurisce e comunque alla fine Montino riesce a convincere Marrazzo. Ma un’ora più tardi, appena il comunicato dell’autospensione va sulle agenzie, parte il bombardamento della destra: è una buffonata, si dimetta sul serio. Dunque, sul presidente ferito ha vinto la politica dei partiti. Di un partito, il Pd, per il quale le Regionali sono una sorta di giudizio di Dio. In Calabria, in Puglia, in Campania i governatori uscenti – per ragioni diverse – escono azzoppati. E ora ci mancava pure il Lazio. E infatti, dentro il Pd, la giornata che ha preceduto le primarie è stata contrassegnata da tante piccole astuzie. Di gran lunga il primo a rendersi conto che la situazione non reggeva è stato Dario Franceschini. Alle 6,30 si è imbarcato su un aereo che da Catania lo portava a Bologna e in volo ha letto i giornali. In particolare la requisitoria de «la Repubblica», il giornale al quale Franceschini è più sensibile, e che chiedeva le immediate dimissioni di Marrazzo.
Franceschini si convince che non si può andare avanti, ma pensa bene non sia il caso di muoversi in solitudine. Consulta gli altri due sfidanti delle primarie e i tre concordano: chiediamo a Marrazzo di dimettersi. E a questo punto è arrivata la prima sbandata: mentre i colloqui a tre erano di fatto conclusi, l’agenzia Ansa riceveva una telefonata dallo staff di Franceschini, nella quale si segnalava come il segretario del Pd fosse favorevole alle dimissioni di Marrazzo. Nell’immediato, Pierluigi Bersani e Ignazio Marino si sono molto irritati, non hanno per niente gradito quello smarcamento del segretario a poche ore dalle primarie. E hanno imposto a Franceschini la diffusione di una nota congiunta nella quale si annunciava una gestione collegiale della vicenda. Tanto è vero che nel pomeriggio, quando Marrazzo annunciava la sua autosospensione, i tre diffondevano un comunicato: «E’ responsabile la scelta di dimettersi attraverso un breve percorso che garantisca il funzionamento della Regione Lazio».
Sembravano tutti e tre d’accordo e invece qualche minuto dopo iniziava a smarcarsi il professor Marino: «Marrazzo deve dimettersi nei prossimi giorni». E dallo staff di Franceschini trepelava (fino ai Tg) l’insoddisfazione di Dario per la soluzione adottata. Peccato che poco prima l’autosospensione fosse stata applaudita da tutti e tre. E intanto nei «pour parler» della politica romana si apriva il toto-successione. Per il Pd è decisiva l’alleanza con l’Udc, che ha già fatto sapere che «si può fare». A una condizione: per noi più che un ex dc come Enrico Gasbarra (ex presidente della Provincia di Roma), sarebbe meglio un candidato presidente di sinistra, un ex Pci come Nicola Zingaretti (attuale presidente della Provincia) o come Roberto Morassut, già assessore di punta nella giunta Veltroni. Una curiosa preferenza che all’Udc, informalmente, spiegano in questo modo: «Così, lo spazio centrale lo occupiamo noi…».


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