Dipartimento Giovani Idv Sicilia: l’insegnamento di Giovanni Falcone
“Non è retorico né provocatorio chiedersi quanti altri coraggiosi imprenditori e uomini delle istituzioni dovranno essere uccisi perché i problemi della criminalità organizzata siano finalmente affrontati in modo degno di un Paese civile”.
Con queste amare parole, Giovanni Falcone nel settembre del 1991 si interrogava sulla effettiva volontà dello Stato di affrontare concretamente il fenomeno mafioso, in una battaglia in cui troppo spesso si era ritrovato da solo. Parole che appaiono più che mai attuali, non solo a ragione del recente attentato di Brindisi, in un plesso scolastico peraltro dedicato alla memoria della sua compagna, con lui drammaticamente scomparsa quel terribile 23 maggio 1992, che denota ulteriormente la costante incapacità dello Stato di fronteggiare, seriamente, il fenomeno criminale. Bensì, per lo scenario sociale, politico e istituzionale in cui la magistratura, ieri come oggi, continua ad operare sotto i colpi di attacchi vili e denigratori, tesi alla denegazione della verità e della giustizia cui, invece, è da sempre preposta. Ma, soprattutto, un interrogativo che ancora oggi pretende una vera risposta.
Sì, perché Giovanni Falcone, uomo solo in vita, a 20 anni dal suo sacrificio è un uomo solo anche da morto. Primo italiano che spiegò, non solo all’Italia, l’essenza del fenomeno mafioso, aprì in estrema solitudine strade che ancora oggi si devono battere se si ha la vera volontà di distruggere e sconfiggere Cosa Nostra.
Era stato lungimirante, già all’indomani della sua morte, il giornalista Mario Pirani a paragonarlo, sulla scia delle troppe ipocrite voci di dolore e di rimpianto, ad un personaggio letterario, l’Aureliano Buendia di “Cent’anni di solitudine” che perse tutte le sue trentadue battaglie, per dar conto del rosario ineguagliato di sconfitte di Falcone e denunciare il tentativo “d’impadronirsi, annullare e distruggere definitivamente quel poco che potrebbe resistere dell’eredità di Giovanni Falcone”.
In effetti, non è mai esistito, in Italia, un uomo che abbia accumulato nella propria vita più sconfitte di lui. Bocciato come consigliere istruttore, quando ancora esistevano gli uffici istruzione. Non accettato come procuratore di Palermo, appena dopo la riforma del 1988 che cancellò gli uffici istruzione.
Contribuisce a fondare una “corrente” in seno al Consiglio Superiore della Magistratura, vi si candida ma viene tradito anche lì.
Intraprende, poi, la strada del rinnovamento delle strutture statali dedite al contrasto delle mafie, progettando e realizzando la procura nazionale antimafia. Ne sarebbe il naturale candidato, ma in questo caso sarà il fato ad impedirgli e cancellargli questa legittima aspirazione. Il 23 maggio 1992 i Corleonesi si incaricheranno di ucciderlo.
Umiliata in vita l’eccentricità “rivoluzionaria” del suo riformismo rispetto ad un modo di essere magistrato o all’idea subalterna della funzione giudiziaria coltivata da sempre dalla politica, la diversità di Falcone, in morte, viene indebolita, snervata. Adesso che non bisogna più fare i conti con quel giudice, con la sua passione civile, il talento investigativo, l’estro, la tenacia, il coraggio delle sue idee, ora che ci si è liberati, con la sua presenza fisica, della sua testimonianza e del suo esempio si può prendere possesso della sua memoria. O meglio, ci si può impadronire di qualche passo, di qualche brano delle sue parole o decisioni, di quella scelta e non di quell’altra, di quel che è utile oggi e ora nella mischia quotidiana e agitarlo contro gli antagonisti del momento. Così, mentre quando era in vita né il Paese né la magistratura né la politica, quale che fosse il colore di appartenenza, hanno saputo accettare le idee di Falcone, in morte se ne riempiono la bocca, adattandola secondo la convenienza, l’opportunità, la congiuntura.
Da ormai 20, lunghi, anni la rituale celebrazione di Giovanni Falcone subisce questo programma, assumendo un esito tanto ipocrita quanto paradossale. E’ avvilente che la storia di un uomo che abitualmente si ritiene un eroe nazionale, invece di unire, di rappresentare la communitas, diventi, anche a costo di sfigurarne il pensiero, un’arma contundente per colpire e distruggere l’avversario del momento. Come accade quando, molto spesso, si fa dire al Falcone morto quel che Falcone vivo non ha mai pensato. A titolo esemplificativo, si potrebbe ricordare il continuo e falso riferimento alla sua figura per argomentare, dinanzi all’opinione pubblica, la validità e l’importanza del recente tentativo di riforma della Giustizia, quasi a trovare in Falcone una matrice giustificativa alla volontà non più celata di manomettere l’assetto costituzionale dell’ordine giudiziario, pretendendo la dipendenza del Pubblico Ministero dal potere esecutivo.
Niente di più falso. L’indipendenza e l’autonomia della magistratura erano, per lui, valori ineliminabili e ineludibili. Non equivalevano ad un privilegio di casta, come appare ad alcuni magistrati, né un riconoscimento che declina ogni sostanziale irresponsabilità, come sosteneva una parte autorevole della politica.
Al contrario, egli pensava che autonomia e indipendenza fossero le gravose responsabilità che la Costituzione ha assegnato al magistrato per garantire l’imparzialità del giudizio, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, l’efficienza della macchina giudiziaria. Giovanni Falcone sentiva l’indipendenza del magistrato come missione, come un segno distintivo della sua identità di servitore dello Stato.
Chiunque, magistrato o politico che fosse, lo abbia incontrato ha avvertito questa sua ostinazione, che lo ha reso “estraneo e fuori posto” in ogni luogo in cui gli è toccato di stare, tra i magistrati tentati dal potere e tra i politici innamorati dei magistrati quietisti, “sensibili” al richiamo del potere: così è diventato un “intruso” da eliminare, calunniare, demolire.
“Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Così Giovanni Falcone rappresentava la sua speranza nel domani, in un futuro diverso, lontano da ogni stereotipo di compromesso morale ed etico. Ma, soprattutto, la sua fiducia nelle nuove generazioni, attrici protagoniste di un vero rinnovamento.
Ecco perché oggi più che mai la sua eredità non deve andare dispersa, bensì raccolta, isolando ogni genere di ipocrisia e di qualunquismo che, da ormai 20 anni, ne continua a sporcare il vivo ricordo ed esempio. Il Dipartimento Giovani Idv Sicilia intende ricordare il coraggio e la straordinaria passione civile del grande magistrato, nonché la sua perspicacia nell’individuare debolezze e criticità del nostro Stato. Con l’auspicio che, a distanza di anni, il suo pensiero sempre lucido costituisca solida base per la ricostruzione e la ripresa del nostro sistema democratico, perché solo in questo modo le sue parole e le sue conquiste non andranno perdute, dimenticate o, ancor peggio, piegate ad interessi di bottega. Ma, soprattutto, solo così si potrà restituire a Falcone quel che è suo e finalmente concedergli la pace e il riposo che si è guadagnato tra di noi, nella sua breve e infelice vita.
Antonio Cambria
Resp. Area tematica legalità – Dipartimento giovani Idv Sicilia








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