LE DONNE DAVVERO
Anche quest’anno, come ogni anno, stampa e tv riproporrano commenti e riflessioni sull’otto marzo e le donne.
L’aria (mediatica) che tira racconta di violenze e parcheggi rosa. Al più, di ministre, soubrettes da calendario e mogli assurte a posizioni di governo in quanto tali.
Al femminile, per singolare contrappasso, è anche la storia che più ha coinvolto gli italiani in questi mesi, riuscendo a costringerci, spero almeno, ciascuno nel nostro intimo, a confrontarci con il tema di come vorremmo che fosse la nostra morte – o la nostra vita – quando rimessa in mani non nostre.
Forse non sono in tanti a sapere che esiste un appello, firmato da un nutrito numero di donne di scienza, che denuncia, tra l’altro, la visione della donne e del loro corpo sottesa alla modalità con cui, per primo il … “premier”, ha affrontato la questione.
A Beppino Englaro ed al suo coraggio civile va tutta la mia stima e solidarietà, come anche a tutti quelli che, come o anche diversamente da lui, si trovano costretti a fronteggiare situazioni così umanamente pesanti.
Il rosa, colore con il quale ci ostiniamo a riconoscere il femminile delle cose, in questo 2009, si fa stinto, livido quasi in alcuni casi, tendente a virare, in altri, verso il rubino, un rosso scuro che chiama giustizia.
Tinge d’amaro i pensieri realizzare che, a quasi trent’anni dalla memorabile trasposizione teatrale con la quale Franca Rame decise di raccontare l’esperienza dello stupro subito, la violenza contro le donne assurga agli onori della cronaca, e trovi nuovo spazio nella considerazione del legislatore, solo in chiave di contrapposizione razziale e insicurezza sociale.
Le donne vengono violentate. Da sempre.
Lo stupro è il delitto contro la persona più odioso dopo l’omicidio: ti cancella lasciandoti in vita.
Tant’è che se ne fa un uso persino programmato, nei conflitti.
In Italia, fino al 1996, non era neppure considerato reato contro la persona.
Oggi riempie le pagine dei giornali, ma rimane difficile, nel nostro paese almeno, interrogarsi sul lato più oscuro di un “maschile” malvissuto, cieco, brutale.
A mio parere, è il medesimo – almeno nei segni esteriori – che traspare dagli atteggiamenti di chi, armato di serramanico, vediamo in tv aggirarsi di “ronda” per i quartieri: per proteggere? O per aggredire?
Un’altra grande “omissione” è quella per la quale non si ragiona, se non con estrema difficoltà, della vivibilità delle nostre città (e Ragusa non sfigurerebbe, tra biblioteche incompiute, verde pubblico e zone pedonali inesistenti, teatri sempre di là da venire, centri storici a rischio ghetto…).
Delle donne davvero non parla nessuno, o pochi.
Ed è il lavoro ad avere il ruolo centrale nella vita di quante non finiscono sui giornali, in cronaca nera.
Le donne, davvero: doppio lavoro, occupazioni poco qualificate, precarietà, soldi che mancano, nuclei familiari monogenitoriali… tentate, ma mai veramente conquistate, dalla politica.
Per regalo, quest’otto marzo, ci han detto che ci spetta il pari diritto ad andare in pensione a 65 anni.
Se in questi anni di vacche grasse avessimo imparato (tutti: cittadini, società civile, istituzioni) a ragionare di discriminazioni indirette e “segregazione professionale”, oggi non ci troveremmo senza strumenti di fronte a quanto sta per succedere: impiegate, e precarie, in massa, nella scuola, saranno per lo più donne a rimanere fuori in conseguenza dei tagli della Gelmini.
Il ridursi delle occasioni di lavoro per tutti finirà con il tenere a casa principalmente le donne – dietro il vetusto clichè del reddito “accessorio”. In alcuni settori produttivi a maggiore rischio di smantellamento e cassa integrazione, laddove la manodopera è altamente femminilizzata, le donne saranno la maggior parte delle espulse.
Come sempre, in tempi di crisi, la forza lavoro-femminile rischia di rappresentare l’elemento “elastico” del mercato del lavoro: perchè più facilmente degli uomini le donne “ritornano” a casa, rinunciano a cercare un’occupazione, riducono i tempi di lavoro, accettano, extracomunitarie in patria, di guadagnare meno, o al nero.
Con buona pace di quanti, dotati di un robusto e immarcescibile maschilismo, non hanno mai smesso di reclamarne il ruolo “naturale” di “angeli del focolare” (!).
Non esistono né mi pare intendano prevedersi “ammortizzatori sociali” a questo passo all’indietro dell’occupazione femminile (anche se la consapevolezza del rischio evidentemente esiste, se si è di recente previsto di “blindare”, con un procedimento pubblico, le dimissioni delle donne lavoratrici in stato di gravidanza…).
C’è e resiste, nel lavoro delle donne, un elemento strutturale di debolezza, che porterà l’elemento femminile della forza lavoro a sostenere, in proporzione, il maggior carico economico e sociale della crisi, crisi che le donne si apprestano ad affrontare (resistenti, forti e flessibili come da sempre, nella storia) senza paracaduti normativi, predisposti e pensati allo scopo di prevenire il danno, quali ad esempio l’introduzione di criteri di gestione dei cosiddetti “ammortizzatori”, tipo CIG, capaci di scongiurare squilibri e disparità.
Su tutto, un interrogativo: ma il sistema Italia riconosce davvero “valore” al lavoro delle donne?
(A margine: suona di sberleffo l’esortazione all’imprenditoria femminile, di questi esempi: il mercato è il mercato, e l’impresa per il mercato non può avere “sesso”: se non gira non gira, per chiunque. Meglio stare guardinghe su quello che sta per arrivarci addosso, a tutte: garantite, precarie, autonome o imprenditrici che siamo: bisogna mantenere alta la guardia sull’eccesso al credito, sui licenziamenti, sui salari… ).
Cristina Pelligra