Studenti pendolari: un genitore ci scrive

4 luglio 2011 Nessun commento

In merito al problema del trasporto degli studenti pendolari, di cui ITALIA dei VALORI si è fatta portavoce, riceviamo e pubblichiamo questa lettera firmata sull’argomento.

 

Visto quanto successo negli ultimi giorni, mi pare corretto esprimere anche il mio parere sulla vicenda degli studenti pendolari frequentanti gli Istituti superiori di Scicli, Modica e Pozzallo.

Sono il padre di un ragazzo di Marina di Ragusa che frequenta il liceo scientifico di Scicli.

Nel mese di dicembre 2007, mio figlio frequentava la classe terza della scuola media di primo grado e ha partecipato al progetto orientamento per la scelta del successivo grado scolastico, progetto sostenuto e patrocinato dalla Provincia regionale di Ragusa.

Ha scelto in tutta libertà di frequentare il liceo scientifico di Scicli e io come genitore non ho potuto fare altro che appoggiarlo senza pormi il problema del trasporto, in quanto si presume che in una società moderna al passo con i tempi percorrere 15 km dovrebbe essere una cosa semplice, e d’altronde nessuno in sede di orientamento aveva posto il problema: gli Istituti tutti “in vetrina” mostravano il loro lato migliore affascinando i ragazzi provenienti da tutta la provincia, ignari della possibilità o meno di raggiungere le sedi di studio.

Perché orientare i ragazzi facendo credere loro di poter scegliere liberamente quando così non è? I ragazzi che frequentano il liceo scientifico di Scicli e risiedono a Marina di Ragusa e a Santa Croce Camerina partono da casa la mattina alle ore 6:50/6:55 (le lezioni hanno inizio alle ore 8:15) e rientrano a casa alle ore 15:00/15:10 (le lezioni hanno termine alle ore 13:15).

In totale stanno fuori casa 8 ore, di cui 3 di solo “viaggio”, ma come sostengono i dirigenti Ast di Palermo anche ai loro tempi era necessario fare dei sacrifici per raggiungere la sede scolastica. Si rendono conto che sono passati 50 anni da allora e che si vuole camuffare il disservizio con la parola “sacrificio”? Siamo o non siamo “in un’isola felice” come spesso qualche politico usa definire il nostro territorio? In quest’isola felice, dove chi ci amministra si definisce “senza potere contrattuale nei confronti dell’Ast”, dove la Provincia che organizza ogni anno l’orientamento dei nostri figli dichiara poi di non avere competenza per quanto riguarda il trasporto degli studenti, in quest’isola felice i genitori cercano di alleviare il disagio quotidiano dei loro figli in mille modi (organizzare un servizio privato con un costo che non è accessibile a tutte le famiglie, andare incontro al figlio a metà strada fino a Donnalucata per farlo arrivare a casa un’ora prima del previsto…).

Il disservizio offerto dall’Ast (società a partecipazione regionale) pesa sulle spalle dei contribuenti ogni mese, perché in ogni caso per ogni alunno viene corrisposto un abbonamento. Inoltre questo disservizio ha causato una diminuzione di iscrizioni presso gli Istituti di quest’area geografica, quindi una conseguente perdita anche nelle casse Ast.

Ad aggravare la già difficile situazione è arrivata nel settembre 2010 anche la Riforma Gelmini, che ha sconvolto l’organizzazione oraria delle classi prime, mentre nelle classi successive l’orario è rimasto immutato. Ecco allora che ci sono studenti che terminano le lezioni alle ore 12.30, alle ore 13.15, alle ore 14.00…

Per questo motivo, io ed altri genitori nella mia stessa condizione nel settembre 2010 abbiamo sottoposto il problema con lettera raccomandata alle sedi Ast di Palermo, Siracusa e Modica. Non avendo ricevuto risposta, ho pensato di sottoporre la questione in sede di Consiglio provinciale attraverso il Consigliere Iacono, il quale ha preso a cuore il problema facendo i passi necessari così come lo stesso Iacono ha ben ricordato nell’articolo del 30-06-2011.

All’Assessore Terranova vorrei ricordare che non è possibile costringere i cittadini a rivolgersi per ogni problema al Prefetto, perché questo è ormai l’unico passo che ci resta da compiere, visto che la politica si dimostra “sorda” ai problemi della cittadinanza, incapace di trovare una soluzione del resto possibile e di facile realizzazione: basta riorganizzare le corse Ast già esistenti in modo più razionale, evitando di mantenere in vita corse “fantasma” interprovinciali utilizzate da un numero esiguo di persone (le corse vanno organizzate in base alle reali esigenze del territorio, non in base alla forza politica delle diverse province coinvolte, in un’ottica aziendale nuova che miri anche alla crescita dell’azienda in termini economici).

Marina di Ragusa, 03 luglio 2011

Giuseppe Mauro

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Gli ultimi e i primi

19 gennaio 2011 Nessun commento

Gli ultimi e i primi


Due brutte storie hanno investito come una bufera Ragusa in questo ultimo e splendido meteorologicamente fine settimana appena trascorso.

Le storie – facile evincerlo – sono quella del Prof. Civello e quella di Paolo Cannì. Appartenenti Civello, negli standards delle nostre società occidentali tardocapitalistiche e consumistiche, alla classe (o classifica) dei primi e Cannì a quella (classe e/o classifica) degli ultimi. Definizioni, i primi e gli ultimi che chi scrive, non credente, non intende nel senso evangelico che di solito si attribuisce loro ma nel senso di mera e pura graduatoria di presunti meriti appunto delle società di cui sopra.

Nessuna intenzione, assolutamente, di entrare nel merito. Del resto farlo, di entrare nel merito di due vicende così nel bene e nel male personali, sarebbe stupidamente presuntuoso. Nella vicenda di Civello la parola spetta alla magistratura nella quale, a differenza di chi questo paese governa, abbiamo e dobbiamo avere fiducia. Nella vicenda di Cannì, poi, qualcosa potrebbero sapere i suoi più intimi familiari semprechè non abbia portato con sé il suo segreto esistenziale.

Piuttosto sarebbe il momento giusto, in questa città (la piccola città bastardo posto di gucciniana memoria) che sembra aver perso lucidità e capacità di giudizio, incapace di una autonomia propria di pensiero che non sia il “ma non fanno tutti così”, che non sia il “ma tutti dicono”, che non sia il “lo faccio perchè così potrò diventare qualcuno o amico di qualcuno o qualcuno mi avrà in simpatia”, ma sopratutto incapace di interrogarsi ed avviare una riflessione su se stessa, di riprendere la capacità di pensare e di ripensarsi. E farlo, ripartendo dagli ultimi.

 

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Una cittadina ci scrive in merito a Palazzo INA

18 dicembre 2010 Nessun commento

In merito alla raccolta di firme per il centro polifunzionale vorrei esprimere il mio parere contrario.

Questi i motivi:

  1. con tanti negozi che chiudono nel centro e tanti bassi vuoti, non vedo l’opportunità di creare altri spazi da affittare per esercizi commerciali o locali pubblici, o perché questo aggraverebbe la situazione;
  2. un centro commerciale naturale vivo e frequentato nelle vie del centro è l’obiettivo da perseguire, cosa che certamente si verificherà con la riqualificazione urbanistica di Via Roma (è già accaduto per Ibla, per Piazza Torre e per il tratto del Lungomare Mediterraneo). Un palazzo contenitore artificiale non ha senso in centro, ma forse in periferia;
  3. è importante per i cittadini la fruizione di Piazza San Giovanni, non dell’interno di un palazzo privo di valore storico-artistico;
  4. occorrerebbe un colossale investimento con non si sa quale ritorno: chi davvero sarebbe disposto a farlo? Inoltre bisognerebbe annullare la gara di idee già conclusa, aprirne un’altra… rifare tutto da capo!;
  5. un hotel di lusso, invece, riqualificato e ben tenuto da privati, darà lustro alla città, inserendola in un circuito di turismo di alto livello e con notevole volontà di spesa, adatto al pregio del nostro territorio, che si presta poco al turismo di massa.


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DIETRO LA “FACCIATA”

17 dicembre 2010 Nessun commento

Il 4 dicembre è stata inaugurata la Chiesa di San Vincenzo Ferreri, una delle fatiche dell’amministrazione comunale ragusana finalmente giunta a compimento.

Non sono avvezza a presenziare tali cerimonie, piuttosto ad ammirare in occasioni meno ufficiali i restauri delle architetture iblee, ma ragioni di sentimento mi hanno coinvolta e resa spettatrice dell’evento.


Assisto dunque all’arrivo delle varie “autorità” ragusane, ai baci giudaici e ai fiori all’occhiello, alla benedizione della chiesa (perché anche se sconsacrata e destinata ad altri usi pur sempre di edificio religioso si tratta), al fatidico taglio del nastro da parte del primo cittadino, ai ricchi applausi e cotillons.

Mi accomodo su una delle rosse sedie dell’inaugurato auditorium. Un “presentatore” annuncia il programma pomeridiano: la proiezione di un video sull’iter che ha portato alla riqualificazione della piazza G.B. Odierna e della chiesa, il (consueto) discorso del sindaco, e per concludere, ad allietare la presenza dei già sbadiglianti spettatori, un quartetto (tre archi ed un oboe) ad interpretare brani di repertorio classici e moderni ma comunque attuali.

Tralascio la descrizione del video, a mio avviso un po’ noioso e ripetitivo (si poteva fare di meglio ma evidentemente non di più), e non mi sarei soffermata neanche sulle parole che sono seguite ad “ufficializzare” la cerimonia se non avessi sentito la mancanza di qualcosa. Nell’autocelebrazione di meriti dell’amministrazione comunale nel portare avanti la riqualificazione del centro storico ibleo, con la restituzione delle antiche architetture col fiocco della messa a nuovo (di recente anche l’inaugurazione di Palazzo Cosentini), etc. etc., resto con un senso di insoddisfazione mista a delusione.

In genere si è soliti ringraziare se non qualcuno, qualcosa. Ed ecco infatti, dopo un via vai da corridoio tra sorrisi e strette di mano, riemergere di nuovo il microfono e per un attimo placare il mio stato d’animo con l’ammissione della dimenticanza ed un primo “grazie” a chi ha realmente lavorato perché l’intervento di restauro fosse portato a termine, ovvero, il competente ufficio tecnico con i “soliti nomi”…e nessun altro?

D’accordo, sarò di parte, sono un tecnico e conosco bene la fatica e la pazienza (in questo caso decennale!) di chi ha l’onore e l’onere di occuparsi di lavori pubblici. L’assenza di rilievi architettonici di base da cui partire e che possano accelerare il programma di interventi, il difficile rapporto con le imprese, i “saldi” degli stati d’avanzamento dei lavori, le dispute con sovrintendenze e amministrazioni comunali, lo stallo per la mancanza di moneta. Così come non può essere tralasciato il lavoro di chi “mette mano” all’opera, con onestà, fatica, rischi, e soprattutto passione per il proprio lavoro.

Mi sarebbe piaciuto dunque, come nei più consueti eventi o spettacoli, ascoltare dei titoli di coda che menzionassero chi, dai direttori dei lavori, ai tecnici responsabili della sicurezza, alle imprese, ai restauratori, agli impiantisti, etc., abbia contribuito perché quello di cui quel giorno si era spettatori fosse portato a termine. Semplice, diretto, onesto, grato.

Forse non è consuetudine.

Non mi resta che accontentarmi dei piacevoli orchestranti che, sulle immancabili note del maestro Piovani mi distraggono ricordandomi che comunque la vita, come quella splendida architettura, è bella.

Una cittadina ragusana

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